Matera: Crolla una casa, muore un bambino
Il rosso e il giallo delle carte del gioco ieri erano le uniche note colorate di un disastro che aveva solo i toni tristi del grigio. Il grigiore delle abitazioni di un borgo che è Matera ma che non è a Matera, nato con la riforma agraria del 1953, il grigio scuro, sempre più tendente al nero, delle nubi che si addensavano e cominciavano a gocce di pioggia.
Pioggia e lacrime. Sui soccorritori. E sui volti tirati dei residenti del borgo che, appena appresa la notizia del crollo, erano tornati a Piccano B, per rendersi conto di quello che era successo. Un pianto silenzioso. A stento trattenuto. Fino alla vista della bara, quella bara metallica troppo grande per contenere un corpicino. Quasi a sottolineare l’ingiustizia della morte di un bambino.
Un bimbo è morto, suo padre e sua madre, Nicola Perniola, 43 anni e Paola Vincenza Andrisani, 40 anni, coperti da ustioni su oltre il 60 percento del corpo, lottano tra la vita e la morte nel reparto grandi ustionati dell’ospedale “Perrino” di Brindisi. Le sue sorelle, Linda, 14 anni e Irma, 16 anni, sono al Madonna delle Grazie di Matera. La più piccola è in un letto di rianimazione e le sue condizioni sono definite molto gravi dai sanitari. L’altra è in ortopedia. Nessuno di loro, fino a ieri sera tardi, sapeva della tragedia nella tragedia. Una tragedia il cui bilancio poteva essere ancora più grave: lo scoppio, verificatosi intorno alle dieci, e dovuto ad una fuga di gas, ha scaraventato sulla strada pezzi interi della casa. Alcuni tufi della costruzione crollata sono penetrati, scaraventati come proiettili e dopo aver infranto il parabrezza, sui sedili del furgone che il capofamiglia utilizzava per i suoi lavori saltuari, che era parcheggiato di fronte.
Per fortuna, al momento dello scoppio e del crollo, nessuno si è trovato a percorrere quell’unica strada su cui si affacciano tutte le costruzioni del borgo.
Travi, pezzi di lamiera, perfino la cucina è stata scaraventata a metri di distanza. E proprio vicino alla cucina si trovava il bambino, che seguiva la madre, quando Paola Andrisani ha girato la manopola del gas per accendere la macchinetta del caffè. Il boato, l’esplosione, il crollo, un grosso tufo che cade sulla testa di Vito, uccidendolo, mentre la madre è investita dal ritorno di fiamma.
«Abbiamo dato l’allarme immediatamente», diceva ieri una signora del borgo, «abbiamo chiamato tutti: 118, 113, 112. In attesa dei soccorsi siamo stati noi a tirar fuori da sotto le macerie i quattro feriti. Sentivamo le grida, le loro richieste di aiuto: solo la voce del bambino, quella no, non l’abbiamo sentita. Quando i soccorritori sono arrivati, avevamo sistemato i feriti già sulla strada, poi i pompieri hanno cominciato a scavare alla ricerca di Vito». Secondo la stessa testimonianza i soccorsi sarebbero arrivati in ritardo, ma in questi casi, si sa, il dolore può portare a dilatare la misura del tempo.
«Ho parlato con la bambina mentre aspettavamo le ambulanze, mi ha detto che nessuno di loro era andato a scuola perché avevano messo la sveglia a tacere quando ha suonato: avvertivano una strana sensazione di malessere e si sono riaddormentate». La versione ufficiale fornita parla invece della rinuncia alla giornata scolastica, d’accordo con i genitori, perché, per un’assemblea in programma a scuola, ieri l’orario delle lezioni sarebbe stato ridotto. Confermata l’assemblea alla scuola elementare di borgo La Martella, frequentata dal piccolo Vito, al liceo artistico e alla scuola media “Torraca”, frequentata dalle due ragazze di casa Perniola, la stessa circostanza non è stato possibile appurare.
Una terza versione sul perché tutta la famiglia fosse in casa a quell’ora l’ha fornita al Quotidiano la signora Tamburino Fusco, la cui abitazione è adiacente a quella crollata: «Non so dire l’ora esatta dello scoppio, so che i bambini non erano andati a scuola perché avevano perso il pullman», diceva massaggiandosi la testa. L’esplosione ha mandato in frantumi le vetrate della cucina e lesionato i muri, alcuni vetri hanno colpito la signora alla testa. Lo choc, a solo due ore dalla tragedia, era ancora forte: «Poveri figli, li conosco benissimo, loro (Nicola e Paola, ndr) sono venuti ad abitare qui che erano sposini. I bambini li ho visti nascere e crescere, è come se fossero miei figli», diceva mentre socchiudeva la porta della cucina per impedire ai fotografi entrati in casa di riprendere i frammenti di vetro sul pavimento e gli stipiti piegati di alcuni mobili.
Come è potuto accadere? La versione fornita dai vigili del fuoco al magistrato, la dottoressa Annunziata Cazzetta (le indagini di polizia giudiziaria sono state delegate ai carabinieri) parla di un ambiente saturatosi del gas contenuto in un bombolone di gpl che si trovava all’esterno della casa. Una perdita, forse da un tubo che andava sostituito «entro il 2005», avrebbe nel corso della notte riempito la casa. L’accensione della cucina, al piano terra, ha fatto da miccia. Padre e figlie si trovavano invece ancora al piano superiore.
«Il tubo è scaduto», riferiva ieri mattina l’ispettore Filippo Paulicelli dei vigili del fuoco al pm, «ma sembra integro. C’era anche una stufa di ghisa ma non sappiamo ancora qual era il sistema di alimentazione del riscaldamento della casa». Il bombolone da cui si è propagato il gpl, è stato rinvenuto vuoto: «Bisognerà», ha aggiunto Paulicelli, «cercare di capire se nei giorni scorsi i proprietari di casa avevano fatto il pieno».
Poco dopo che il furgone funebre con a bordo il corpicino di Vito si è allontanato, sono cominciati i lavori di rimozione di macerie e dei mezzi danneggiati (oltre al furgone del capofamiglia, la Fiat Brava di un ragazzo vicino di casa, e un furgoncino Ford).
Dietro i nastri bianchi e rossi ancora qualche curioso. Lo squillo di un telefonino. Per suoneria una canzone di Albano e Romina Power, «Felicità». Il proprietario che la mette subito a tacere.
Ieri a Matera c’era dolore. Solo dolore.
Calvi, oggi la sentenza

La parola fine ad una delle più torbide vicende della storia recente italiana dovrebbe essere scritta oggi pomeriggio, quando i giudici della seconda Corte d’assise di Roma, da ieri riuniti in camera di consiglio, pronunceranno il verdetto nei confronti dei cinque imputati nel processo sull’omicidio di Roberto Calvi. Nell’aula bunker di Rebibbia il pubblico ministero Luca Tescaroli, nella sua requisitoria del marzo scorso, aveva chiesto quattro condanne per concorso in omicidio volontario premeditato e una assoluzione. Ad organizzare il finto suicidio del “banchiere di Dio” sotto il ponte dei “Frati neri” a Londra, esattamente venticinque anni fa, sarebbero stati, per l’accusa, il faccendiere sardo Flavio Carboni, il siciliano Pippo Calò, considerato il cassiere della mafia, Ernesto Diotallevi, componente della Banda della Magliana e Silvano Vittor. Per l’ex fidanzata di Carboni, Manuela Klieinszig, era stata sollecitata l’assoluzione perché gli elementi raccolti a suo carico non sono stati ritenuti sufficienti a dimostrare sue responsabilità nella morte del presidente del Banco Ambrosiano.
Ad ascoltare il verdetto non ci sarà la moglie di Calvi, Clara, morta nel marzo scorso in Canada, dove si era rifugiata coni figli dopo il 1982. Alcune sue affermazioni, ricavate da una delle ultime interviste rilasciate, bastano da sole a tracciare trama e personaggi di un giallo conclusosi con il corpo penzolante del banchiere sotto il ponte londinese.
Gli uomini che hanno segnato gli scandali politico-finanziari degli anni ’70 e ’80, Clara Canetti Calvi, morta a Montreal a 84 anni, li raccontava così: «Sindona? Veniva con la moglie a mangiare gli spaghetti da noi alle Bahamas. E li voleva quasi crudi, duri». Licio Gelli, invece, «mio marito me lo fece conoscere al Grand Hotel a Roma, sembrava così per bene…». Mentre monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior, istituto per le opere religiose, la banca vaticana, «lo vedevamo abbastanza spesso a Nassau, dov’era nostro ospite».
Ricordi a parte, la vedova Calvi, ogni volta che aveva modo di parlarne, ripeteva: «Mio marito non si è suicidato, è stato ammazzato».
Il processo che si conclude oggi a Roma è passato quasi in silenzio. Eppure oggi nell’aula bunker di Rebibbia si sta scrivendo un capitolo importante nella storia recente della Repubblica italiana.
Confermare le accuse con un verdetto di colpevolezza non significherà semplicemente riconoscere la correità degli imputati nell’omicidio Calvi, ma confermerà gli intrecci tra malavita organizzata, mondo della finanza, gerarchie ecclesiastiche, e massoneria deviata. Perché è in questo quadro che si svolge tutta la parabola di Roberto Calvi, classe 1920, entrato nel Banco ambrosiano come semplice impiegato fino a scalarne tutti i gradini, e la cui parabola discendente coinciderà con la scoperta degli elenchi degli iscritti alla loggia massonica P2 (Propaganda 2), quella che il venerabile maestro Licio Gelli, ex repubblichino, chiama “l’istituzione”, elenchi scoperti nel 1981 dai giovani magistrati Turone e Colombo.
Oltre agli elenchi degli affiliati e alla documentazione sulla loggia, tra le carte sequestrate dai giudici milanesi, vengono ritrovate 33 buste sigillate. Ognuna con una intestazione. Due sono riconducibili al “banchiere di Dio”. La prima, esplicitamente, riporta la dicitura «Calvi Roberto - vertenza con Banca d’Italia», la seconda si riferisce alla «Documentazione per la definizione del gruppo Rizzoli». Calvi, attraverso «la Centrale Finanziaria», una delle società che ruotanoi nella galassia del Banco ambrosiano, e di cui è presidente, è alla conquista di via Solferino. Il 22 aprile del 1981 acquista il 40% della Rizzoli spa con la “complicità” di Angelo Rizzoli, erede della dinastia editoriale, e Bruno Tassan Din, amministratore delegato, entrambi iscritti alla P2. Una loggia di cui molti appartenenti faranno una brutta fine. Sindona morirà avvelenato da una tazzina di caffè nel carcere di Voghera dove era rinchiuso per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, l’«eroe borghese», chiamato da Bankitalia come liquidatore della banca di Sindona.
Roberto Calvi, tessera numero 1624, porterà il Banco Ambrosiano (del quale il principale azionista è il Vaticano attraverso lo Ior) nelle braccia dell’intreccio politico-affaristico-malavitoso che ne decreterà la sentenza di morte.
Ma le alterne fortune per il «cobra», com’era soprannominato il banchiere milanese per la freddezza del suo sguardo, erano cominciate già nel 1978. In quell’anno l’Ambrosiano subisce un’ispezione della Vigilanza della Banca d’Italia. Al termine l’ex direttore generale ed ex consigliere delegato diventato presidente, verrà inquisito per sospette esportazioni di valuta e nel 1980 gli sarà ritirato il passaporto. Nonostante questo, di lì a breve Banca d’Italia e ministero del Tesoro approveranno l’aumento del capitale dell’istituto a 50 miliardi di lire. In solo nove anni il capitale è decuplicato e l’Ambrosiano, che nel 1972 aveva un capitale di 5 miliardi di lire, si prepara a raccogliere tra i suoi azionisti 240 miliardi, con l’emissione di azioni pari a sedici volte il valore nominale.
Il 20 maggio del 1981 Roberto Calvi viene arrestato per violazione delle norme valutarie. Condannato a quattro anni, ottenuta la liberà provvisoria chiede di rientrare a pieno titolo nei vertici della banca. Nel maggio 1982 la Banca d’Italia autorizza la quotazione in Borsa del titolo “Ambrosiano”. Il 17 giugno le quotazioni vengono sospese.
Il 18 giugno Calvi viene trovato impiccato a Londra sotto il ponte dei Frati Neri (qualcuno ci leggerà un riferimento massonico). Per il coroner britannico si tratta di suicidio. I magistrati italiani, invece, non escludono, da subito, la pista dell’omicidio. Dopo tre inchieste in Inghilterra e quattro in Italia, le due magistrature, britannica e italiana, si troveranno concordi sull’omicidio. Maturato come resa dei conti intorno a quella che veniva considerata l’eredità di Michele Sindona, il banchiere di Patti, che nel 1973, l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, nobilitò pubblicamente del titolo di “salvatore della lira”.
Ma perché arrivare al finto suicidio di Roberto Calvi? Secondo l’accusa, che ha chiesto le quattro condanne nel processo in corso a Roma, «gli imputati in concorso tra loro e con altri non ancora tutti identificati, avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso denominate Cosa nostra e camorra» avrebbero organizzato la morte di Calvi per «punirlo di essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle organizzazioni criminali». Ma anche «per ottenere e conservare il profitto dei delitti di riciclaggio posti in essere tramite il Banco ambrosiano», oltre che «per impedirgli di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali, della massoneria, della loggia P2 e dello Ior, con i quali aveva gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro, anche provenienti da Cosa nostra e da enti pubblici nazionali».
Ad ordinare l’esecuzione di Calvi sarebbe stato Pippo Calò, a curarne la fuga dall’Italia il faccendiere Flavio Carboni, anche lui legato alla P2, che dopo essersi appropriato di 19 milioni di dollari del Banco ambrosiano, aveva indotto il banchiere ad affidarsi a lui per trovare soluzione alle pressioni giudiziarie e recuperare il denaro necessario a risolvere la crisi del Banco ambrosiano.
Carboni, con la complicità di Diotallevi e altri fece arrivare Calvi a Londra via Innsbruck con un aereo privato il 15 giugno 1982. Alle 7,30 del 18 giugno il suo cadavere appeso a una corda sotto la campata del Blackfriars bridge verrà avvistato da un impiegato londinese. La conclusione che si tratti di omicidio sarà del Tribunale civile di Milano, a seguito della causa intestata dalla vedova, Clara, contro le Assicurazioni Generali.
Al momento del ritrovamento, dalle tasche degli abiti del banchiere vengono estratti cinque frammenti di materiale edilizio del peso di cinque chili, infilati nei pantaloni e nella giacca come zavorra. Sarà la perizia medico-legale elaborata dal professor Ugo Fornari, dell’Università di Torino, uno dei massimi esperti italiani di psichiatria forense, a concludere, nel 1997, «che qualcuno, stando in piedi alle spalle di Calvi, gli abbia rapidamente, e cogliendolo di sorpresa, fatto passare il cappio al di sopra del capo, stringendolo poi al collo». L’orario della morte, secondo Fornari, è da collocarsi tra l’1,50 e le 2,10 della notte del 18 giugno. L’impiccagione del banchiere, dai riscontri con le rilevazioni effettuate dall’Autorità portuale di Londra, è avvenuta quando le acque del Tamigi coprivano il greto del fiume di almeno tre metri, arrivando alle ascelle di Calvi». Nell’ipotesi di suicidio, per raggiungere il punto sotto il ponte dov’era stata fissata la corda, il banchiere avrebbe dovuto passare dall’alto dell’impalcatura. «Inverosimile», fu la conclusione dei periti, «che il banchiere abbia potuto compiere tali acrobazie aggrappandosi ai tubi con cinque chili di zavorra addosso, anche perché il mattone infilato sotto la cintura sarebbe scivolato».
A condurre Calvi sul luogo dell’esecuzione sarebbe stata invece una imbarcazione pilotata da ignoti. Ultima tappa di un viaggio cominciato l’11 giugno a Trieste, dove viene preso in consegna da Silvano Victor e di lì, in auto, arriva in Austria, da dove partirà con un jet privato alla volta di Londra. In tasca ha un passaporto intestato a Roberto Calvini. All’albergo di Chelsea Cloister Avenue, un hotel di terza categoria, è già prenotato per lui l’appartamento 881. Il 17 alcuni uomini lo prelevano dall’albergo. Calvi ha con sé una borsa portadocumenti da cui non si separa mai. Non verrà ritrovata vicino al cadavere. Ricomparirà tempo dopo, “depurata” però dei documenti più scottanti.
(pubblicato su "Il Quotidiano della Basilicata" e "Il Quotidiano della Calabria"
del 6 giugno 2007)
SALUTI DA CORLEONE (Gente n. 18/2006)
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da Corleone (Palermo)
Antonio Murzio
"Come tutte le cose umane la mafia ha avuto un inizio e avrà una fine". Giovanni Falcone, il magistrato che per primo, grazie alle rivelazioni di Tommaso Buscetta, squarciò il velo dei segreti sull'organizzazione di Cosa Nostra, non perdeva occasione per ripeterlo. Oggi l'arresto di Bernardo Provenzano non scrive ancora la parola fine, ma la cattura del capo dei capi, dopo 43 anni di latitanza, sicuramente chiude un periodo della storia della criminalità organizzata di stampo mafioso in Sicilia. Una storia snodatasi per oltre cinquant'anni, che ha coinciso con un mezzo secolo di predominio della famiglia dei corleonesi. Mezzo secolo in cui al vertice di Cosa Nostra si sono succeduti personaggi nati e cresciuti nel "paese delle cento chiese" che oggi è meta di un triste pellegrinaggio dell'orrore sui luoghi che hanno visto compiersi in sequenza le gesta del dottor Michele Navarra prima, di Luciano Leggio e del suo braccio destro Totò Riina poi, e in ultimo del "fantasma", non si sa ancora quanto invisibile, Bernardo Provenzano. Per cinquant'anni hanno comandato i "viddani" di Corleone, i "campagnoli", come venivano definiti con sprezzo da quelle famiglie mafiose di Palermo che avrebbero poi ceduto lo scettro del comando alla forza e alla prepotenza sanguinaria dei corleonesi. Un'era mafiosa che ha toccato l'apice dell'orrore con la stagione delle stragi, dei mille morti ammazzati, dei bambini torturati e sciolti nell'acido, quando al vertice della Cupola sedeva Totò "u curt". Con l'arresto di Riina (1993), è Provenzano che diventa il boss dei boss e il suo governo, durato tredici anni, è stato all'insegna del basso profilo mediatico e del volare alto negli affari: appalti, lavori pubblici, assunzioni. Cose che la gente, in virtù del principio che se di un fatto non se ne ha notizia, quel fatto non è mai accaduto, ha imparato, per convenienza o per paura, ad ignorare. Tutte le attività dell'epoca dello "zi Binnu", si sono svolte senza il rumore sordo dei colpi di pistola, senza chili di plastico fatti esplodere sotto le auto dei magistrati, senza le sventagliate di mitragliette di fabbricazione sovietica. Il risultato è che il silenzio imposto della mafia sembra quasi che sia riuscito a zittire anche la voglia di riscatto dei siciliani onesti, che rimangono comunque la stragrande maggioranza, a spegnere quella tensione ideale che seguì alle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
"Tredici anni di pax mafiosa hanno addormentato le coscienze", dice Dino Paternostro, segretario della Cgil di Corleone e direttore della rivista on line "Città nuove". Nel paese di Provenzano, dove l'amministrazione comunale ha deciso di proclamare l'11 aprile giorno di festa, Paternostro, al quale i mafiosi hanno bruciato l'auto il 28 gennaio scorso, è rimasta una delle poche voci che si leva apertamente contro la mafia. Certo, ci sono i ragazzi delle cooperative che coltivano i terreni confiscati a Riina, ma l'atteggiamento più diffuso è ancora quello di deferenza verso i mafiosi. Così può capitare di sentirsi proiettati all'indietro nel tempo, sul set del "Giorno della civetta", quando in un assolato e caldo primo pomeriggio, nel cimitero del paese, vicino alla tomba di Luciano Leggio, il custode, dispiaciuto, afferma: "Di mio zio, del fratello di mia madre, però, nessuno ne parla...". L'uomo si lamenta dell'oblio in cui è caduto il suo parente, al quale, è la sua personalissima opinione, un posto nella storia del paese spetterebbe di diritto. Anzi, con una battuta fin troppo ovvia, il posto spettante sarebbe più esatto definirlo d'onore: perché lo zio "illustre", i meriti storici che non ha visto ancora riconosciuti, sono l'essere stato un mafioso, uomo d'onore, appunto, e soprattutto essere stato come un fratello per Luciano Leggio".
"Ma poi questa mafia cos'è? Non esiste..." sostiene con veemenza un ragazzo, che partecipa al capannello formatosi nel camposanto. Lui, 26 anni, è il più giovane dei tre fratelli Ruggirello, che nel proprio bar, nel centro di Corleone, servono l'Amaro del padrino, di propria ricetta e produzione.
"Noi abbiamo sfruttato imprenditorialmente l'etichetta che hanno affibbiato al nostro paese, scherzandoci su...", dice, "che male c'è?"
Si può scherzare su centinaia di morti ammazzati e di persone sciolte nell'acido? Le parole, a volte, possono riuscire più macabre del luogo in cui vengono pronunciate: "Da picciotto, è normale, Provenzano doveva farsi largo, ma poi che fastidio ha dato? Anzi...". Per lui lo zi Binnu, qualcuno deve averlo necessariamente "venduto agli sbirri, sennò e quando lo pijau...".
Di tutt'altro avviso Paternostro, per il quale la cattura di Provenzano "è solo il risultato di una brillante azione di polizia". Il sindacalista racconta di due vertenze che la Camera del lavoro di Corleone ultimamente sta seguendo: una riguarda la ditta che ha l'appalto della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, che secondo la Cgil, li stocca anche in siti abusivi. L'altra è quella dei lavoratori di un pastificio che commercializza proprio i prodotti delle cooperative antimafia. Da sette mesi i lavoratori non percepivano lo stipendio. Ma Paternostro tiene a precisare: "Mi piacerebbe che i giornali mettessero in risalto i contorni in chiaroscuro di Corleone, che non ha dato solo i natali a Leggio e agli altri mafiosi ma anche al sindacalista Placido Rizzotto, grande organizzatore delle lotte dei braccianti e a Bernardino Verro, primo sindaco socialista di inizio Novecento". Il chiaro. Lo scuro è che entrambi sono stati uccisi dalla mafia, e del primo non sono mai stati ritrovati neppure i resti.
Antonio Murzio
Mafia, indietro nel tempo
Il taxista di "Pisa 3" di Palermo ha due certezze. La prima è che con i forestieri il vecchio trucco di non azzerare il tassametro può ancora funzionare. La seconda, molto più inquietante, è che la mafia consente ai siciliani di vivere in tranquillità. "Vedete quello che succede dallo stretto di Messina in su? Furti, rapine, scippi. Qui avremo pure la mafia, ma almeno da noi non succede niente". A pensarla così, nel 2006, in Sicilia, quel taxista non è il solo. Il suo modo di intendere la mafia come garante dell'ordine sociale e pertanto avere verso la stessa un attegiamento assolutorio, è, purtroppo, ancora abbastanza diffuso. L'ho potuto riscontrare durante i giorni in cui sono stato nell'isola per la realizzazione di un servizio sul dopo Provenzano, che dovrebbe essere pubblicato su "Gente" della prossima settimana, insieme ad una intervista esclusiva realizzata da Gennaro De Stefano (non vi dico a chi: vi lascio il piacere della scoperta in edicola).

Il cadavere del dottor Michele Navarra, crivellato di colpi nella sua auto: era il capo di Cosa Nostra a Corleone e non si era fatto scrupolo di fare una iniezione letale a un pastore tredicenne che aveva assistito all'omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. Il suo posto fu preso da Luciano Leggio, che era stato, insieme con Totò Riina, uno dei suoi killer.
Navarra e Leggio sono sepolti a poche decine di metri l'uno dall'altro nel cimitero di Corleone: il primo nella cappella gentilizia di famiglia; Leggio "ospite" della tomba di sua sorella e suo cognato. Il suo nome non è neppure sulla lapide.
Possibile che si torni a parlare di mafia in questi termini?
Leggete il passo che segue:
"Ma cos'è precisamente la mafia? Qual è la sua storia, la sua organizzazione? Quali tipi di operazioni abituali le si possono attribuire? Ecco una cosa estremamente difficile da decidere. L'eminente dottore Pitrè, una delle glorie di Palermo, che ha scritto tanti volumi curiosi sui costumi, le tradizioni, la letteratura popolare siciliana, arrivato al capitolo della mafia, si limita ad osservazioni linguistiche e dichiara che non si vuole occupare del resto.
Se avete trascorso una sola settimana a Palermo, il fatto non vi meraviglierà per nulla.
Prendo tre abitanti di questa grande e bella città. Il primo è un maggiordomo. Se lo interrogate sulla mafia, vi manda cortesemente al diavolo, dicendovi, con espressioni di commiserazione perfettamente riuscite, che la mafia non esiste, che la Sicilia è il paese più sicuro d'Europa, più civile, piùÂ…, insomma la solita solfa." (...)
Sono le parole che René Bazin, viaggiatore francese, scriveva nel 1891, dopo la sua permanenza in Sicilia. Sono pubblicate su un sito che vi consiglio vivamente di visitare (http://www.leinchieste.com/) gestito in straordinaria solitudine da un altrettanto straordinario, e coraggioso, giornalista ragusano, Carlo Ruta.
Dal giorno in cui Bazin annotava quelle sue impressioni ad oggi (1891-2006) sono passati esattamente 115 anni, ma le sue parole, a quanto pare, rimangono di una straordinaria (e, purtroppo, triste) attualità. Taxista e maggiordomo parlano, dopo oltre un secolo, lo stesso linguaggio.
Dov'è finita la lotta alla mafia? Non quella di magistrati e forze dell'ordine, che fortunanatamente continua, o dei coraggiosi esponenti di associazioni e movimenti (Libera, il Centro Peppino Impastato e altri). Parlo della lotta alla mafia come sentimento condiviso dalla maggioranza degli italiani di ripudiare il fenomeno.
Faccio un esempio: tranne lo sforzo di due giornalisti curatori del sito http://www.bernardoprovenzano.net/ (che ha il merito di aver pubblicato tutti gli atti giudiziari delle recenti inchieste su Cosa Nostra - sono scaricabili in formato Word: leggeteli, sono altamente "istruttivi" riguardo ad alcuni politici), quella che vedo è una una landa desertica perfino nella pubblicistica sul fenomeno mafioso.
Dopo l'arresto di Provenzano, gli scaffali della Feltrinelli Village presso l'Ipercoop della città in cui vivo, hanno tirato fuori due soli titoli: "Cose di cosa nostra", l'intervista a Giovanni Falcone che Marcelle Padovani pubblicò nel 1991, e "Venticinque anni di mafia", il lavoro che il giornalista dell'Unità Saverio Lodato ha dato alle stampe nel 1999, un'edizione parzialmente aggiornata nel 2004.
Tutt'intorno, libri di Marco Travaglio, il Liala dell'antiberlusconismo. In alcuni dei libri di Travaglio si parla di mafia, è vero, ma i riferimenti, monomaniacali, sono sempre a Dell'Utri, Berlusconi, Mangano...
La mia idea, dopo la visione di quello scaffale, è la seguente: se la lotta alla mafia è in disarmo, la colpa non è solo del taxista o dei tanti che la pensano ancora come lui.
Sicuro che ognuno di noi abbia fatto, e faccia, la sua parte?
Antonio Murzio
LINK www.leinchieste.com - www.bernardoprovenzano.net


